Il lusso di poter raccontare

una storia importante

Una delle prime case nobiliari salentine ad aprire le porte ed accogliere i propri ospiti nel sontuoso ed aristocratico universo di cinque secoli di storia, arte e cultura

Il mistero

La Madre Badessa

Alcune leggende raccontano che il Duca Venturi di Minervino avesse una relazione di grande amore e passione con la Badessa del Convento e fece costruire un cunicolo sotterraneo che collegava il palazzo al monastero. La loro relamadrebadessazione andò avanti per molti anni, ma il Duca si innamorò perdutamente di una Novizia appartenente ad una nobile famiglia napoletana.

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La Badessa presa da gelosia fino alla pazzia la drogò e la fece seppellire viva nel cunicolo che portava al convento, facendolo murare e chiudendolo con una porta di una cella delle prigioni di Otranto (porta della cella che è stata ritrovata a ben tre metri sotto terra in fase di restauro e scavi per la vasca della piscina interna). La Badessa obbligò inoltre il Duca Venturi a far murare la porta dell’alcova dove i due amanti si incontravano. La Badessa aveva perduto la fede ed arrivò persino a lanciare una maledizione sulla camera da letto del Duca “hic amor mori” (qui l’amore morì). Questa maledizione fu poi tolta e le forze del male furono cacciate da Sant’Eligio (vedere storia del Santo). Tradizioni, leggende, verità o falsità.

La Proprietà ha deciso di ricreare la stanza della maledizione mettendo l’antica porta (ritrovata durante i restauri) al primo piano del palazzo dove si presume fosse collocata.

La scoperta

Sant'eligio

Sant’Eligio a metà del 600 si ferma, in Puglia, di ritorno da un pellegrinaggio in terra santa. Avendo udito della leggenda della Badessa di Minervino decide di visitare l’antico Palazzo dei duchi Venturi. Non trova nessuno ma la porta stranamente è aperta, ed egli entra e lì si presenta il diavolo vestito da donna. Sant’Eligio, rapido, lo agguanta per il naso con le tenaglie. Da allora la maledizione della Madre Badessa svanisce. Questa colorita leggenda è raffigurata in due cattedrali francesi (Angers e Le Mans) e nel Duomo di Milano, con la vetrata di Niccolò da Varallo, dono degli orefici milanesi nel Quattrocento.

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L’Eligio storico, figlio di gente modesta, deve aver ricevuto tuttavia un’istruzione, perché viene assunto come apprendista dall’orefice lionese Abbone, che dirige pure la zecca reale: un grande maestro nella sua arte. E l’allievo Eligio non è da meno. Della sua fama di artefice e di galantuomo parla un singolare racconto, non documentato: il re Clotario II gli commissiona un trono d’oro, dandogli il metallo occorrente. E lui, con quello, di troni gliene fa due. Dimezzato il preventivo: cose mai viste, né prima né dopo.

Sotto Clotario, Eligio va a dirigere la zecca di Marsiglia, e intanto continua a fare l’orefice. Col nuovo re Dagoberto I viene chiamato a corte e cambia mestiere: il sovrano ne fa un suo ambasciatore, per missioni di fiducia. Altri incarichi li prende da solo: per esempio, riscattare a sue spese i prigionieri di guerra, fondare monasteri maschili e femminili. Morto il re, sceglie la vita religiosa, e viene consacrato vescovo di Noyon-Tmournai.

Comincia un’esistenza nuova. Eligio s’impegna nella campagna di evangelizzazione (e ri-evangelizzazione) nel Nord della Gallia, nelle regioni della Mosa e della Scelda, nelle terre dei Frisoni. Ne diventa uno dei protagonisti, con altri2 vescovi come Audoeno (Ouen) di Rouen (che sarà anche il suo biografo), Amand di Tongres, Sulpizio il Pio di Bourges. E la sua vita si conclude appunto sul campo, in terra olandese (di qui i suoi resti verranno riportati a Noyon solo nel 1952). E subito parte l’altra storia di sant’Eligio: il suo culto si diffonde in Francia, in Germania, in Italia. Lo vogliono come patrono non solo gli orafi, ma in pratica tutti gli artigiani dei metalli, e poi i carrettieri, i netturbini, i mercanti di cavalli, i maniscalchi, e ai tempi nostri anche i garagisti. In alcune località francesi si dà la benedizione ai cavalli nel giorno della sua festa. Ancora oggi a Vitigliano, tra il 4 ed il 6 dicembre, si tengono tutti gli anni una serie di appuntamenti tra culto, rito e tradizione. Un’occasione utile per conoscere e far rivivere riti e culti di un tempo, avvicinando anche le nuove generazioni al mondo delle pratiche agricole sviluppatesi nella zona. Noi a Palazzo Ducale Venturi durante la sua ristrutturazione abbiamo trovato e portato alla luce due anelli che servivano per legare i cavalli malati e pregare Sant’Eligio, la cui raffigurazione era (da testimonianze di anziani del posto) inserito all’interno della nicchia di destra che si trova sulla facciata.

La principessa

Sangue Reale

La vita leggendaria di Giorgio (nato in Cappadocia), arruolato nell’esercito romano, non spiega il motivo per il quale avrebbe lasciato le milizie ed intrapreso un viaggio che lo portò ad Alimini, in Puglia, dove un drago feroce viveva in un lago.

Il mostro spesso si avvicinava alla città e con un soffio malefico uccideva le persone di cui si sarebbe poi cibato. Gli abitanti del posto, allora, si organizzarono e decisero di portargli ogni giorno due pecore per evitare che continuasse a massacrare i cittadini. Quando cominciarono a scarseggiare le pecore il re decise di inviare una pecora e un giovane scelto a sorte.

Il giorno in cui Giorgio arrivò con il suo cavallo ad Alimini era stata sorteggiata proprio l’unica figlia del re, il quale aveva offerto metà delle sue terre e tutte le sue ricchezze per evitare che gli venisse tolta la figlia. Il popolo gli rinfacciò che proprio lui aveva stabilito quella regola e non poteva sottrarsi all’impegno. Si possono ammirare le offerte sotto forma di cocci-vasi pugliesi nell’affresco all’interno della Suite.

La giovane piangente, vestita con abiti regali, si avviò verso il lago mentre la folla la osservava dalle mura della città. In quel momento arrivò Giorgio chiedendo il motivo della sua disperazione. La giovane lo implorò di fuggire per evitare che il mostro ingoiasse anche lui, ma Giorgio andò contro il drago e lo ferì con la sua lancia. Poi ordinò alla fanciulla di avvolgere la sua cintura attorno al collo dell’animale e di portarlo davanti alle mura della città. I ventimila presenti e il re, visto il prodigio, si inginocchiarono.

Dopodiché Giorgio con la sua spada uccise il drago. Il re gli chiese cosa volesse in cambio, e lui disse che s’era innamorato della principessa e la voleva come sua sposa. La principessa felice prese la mano del cavaliere Giorgio e disse al padre che anche lei si era innamorata. I due partirono insieme e del cavaliere Giorgio e della sua bellissima Alena se ne persero le tracce, sparendo da tutti i libri di storia e da tutti gli archivi ecclesiastici.

Dopo più di duecento anni come per magia, il cavaliere Giorgio ricomparve nei libri di storia come “San Giorgio” che uccide il drago che personifica il male. Storia, leggende, miti, santi e misteri, una cosa è certa l’AMORE VINCE SEMPRE TUTTO.

Questa storia, probabilmente intorno al IX-X secolo, fu agganciata all’antico racconto dei supplizi di San Giorgio e ne divenne la premessa diffondendosi nell’Europa occidentale. Il duca Venturi e sua moglie rimasero affascinati da questa leggenda e dettero incarico ad un pittore di riportarla sui muri. Oggi la si può vedere nel soffitto della suite, in camera da letto al piano terra di Palazzo Ducale Venturi.

Le origini

Duca Venturi

Palazzo Ducale Venturi è una severa struttura cinquecentesca che può essere considerata una vera e propria fortezza. Si distribuisce su due piani e in corrispondenza delle finestre e del portale d’ingresso sono posizionate alcune piombatoie che servivano a difendere l’edificio dagli attacchi stranieri. Di particolare valore artistico è il portale bugnato sul quale troneggia lo stemma dei Venturi.

Sull’origine della denominazione “Minervino” sussistono varie ipotesi. Secondo alcuni studiosi, il nome deriverebbe da un antico tempio dedicato alla dea Minerva. Un’altra ipotesi presuppone che Minervino sarebbe sorta a memoria dell’antica Castro, un tempo chiamata “Minervium”, distrutta dai saraceni intorno al 1266.

Sembra che l’ipotesi più accreditata sia quella che Minervino fosse di origine romana e questo sarebbe avvalorato non solo dalla presenza in loco di antiche vestigia di tale periodo, ma anche dal rinvenimento di una strada la cui pavimentazione è molto simile a quella della via Appia, che da Roma si estendeva fino a Brindisi. Minervino cominciò a popolarsi nei primi decenni del 1500; troviamo infatti che nel 1532 contava 95 fuochi (famiglie) corrispondenti a circa 475 abitanti; fu feudo della famiglia Filomarini, duchi di Cutrofiano fino al 1619, anno in cui il fondo fu acquistato dai Signori Venturi ai quali venne riconosciuto, poi, il titolo ducale. Fino al 1650 l’attuale Minervino era divisa in 16 borghi ed ogni borgo contava dalle 50 alle 100 persone. Questi borghi non erano altro che delle masserie, tipiche strutture rurali, il più importante dei quali era quello detto “Borgo Minervino”. La storica divisione in borghi ci dà la certezza del passato greco-bizantino di questo paese. È indubbio il fatto che il territorio di Minervino è interessato dal fenomeno megalitico.

Il che non prova affatto le origini messapiche ma testimonia l’esistenza di popolazioni antichissime. L’esempio più rilevante è il dolmen “Li Scusi” che essendo un enorme blocco monolitico sorretto ai lati da altri blocchi verticali dimostra che, con i mezzi dell’epoca, era necessaria una comunità organizzata per erigerlo. Le numerose incursioni saracene che interessavano il litorale non lasciavano certo tranquillo Minervino che, anzi, per difendersi acquistò una torre di guardia (quella tra Otranto e S. Cesarea) che ancora oggi porta il nome della ‘universitas’ che la fece erigere. Minervino si presenta come uno dei centri tradizionalmente più benestanti. I documenti del ‘600-‘700 parlano chiaro: il reddito degli abitanti di Minervino superava quello degli altri paese dei dintorni. Questo valse agli abitanti della città l’appellativo “cappiddruzzi” cioè gente altezzosa. La storia ci conferma che nel XV secolo Minervino possedeva un castello e delle fortificazioni, era un centro florido tanto da fare incidere sulla chiesa di S. Pietro un’iscrizione che recita: “Comu lu lione ete lu re de li animali cusì Minervinu ete lu re de sti casali”. In effetti la città possedette una certa floridezza dal XV secolo fino alla prima metà del XX secolo. L’edilizia civile e militare nonché la splendida chiesa fanno capire l’importanza del luogo e le donano una incontestabile eleganza. Per quanto riguarda gli edifici civili di interesse architettonico è da segnalare Palazzo Scarciglia, elegantissimo con il suo portale ed il cortile interno dove sono conservati degli splendidi capitelli. L’imponente Palazzo Ducale Venturi, invece, è un vero e proprio castello, adattato a dimora signorile

Il prospetto principale presenta un ampio portale e le caditoie che coprono qualsiasi accesso da ogni lato. Nei dintorni troviamo la splendida masseria fortificata S. Giovanni, con torre cinquecentesca. Tra gli edifici religiosi, il più importante è la Chiesa Matrice (XV-XVII secolo). Situata nelle immediate vicinanze della piazza colpisce per la bellezza del suo splendido rosone. L’interno, riccamente arredato, non è meno prezioso della facciata principale. Da segnalare anche la splendida porta laterale, con la statua dell’Arcangelo Michele a cui è dedicata. Vi è poi la Chiesa dell’Addolorata (XVII secolo), le cui volte interne presentano delle decorazioni a stucco, la Chiesa di S. Antonio (XVI secolo) il cui altare maggiore contiene una tela del Catalano, la Chiesa di S. Maria delle Grazie (XVI secolo) con le splendide volte interne ed il bellissimo altare maggiore in stile barocco, la Chiesa di S. Pietro e la Chiesa di Santa Croce.

Palazzo Ducale Venturi

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